Blog
Sharenting: quando la privacy dei figli diventa pubblica
- Agosto 8, 2025
- Pubblicato da: admin
- Categoria: Articoli Psicologia
Nel mondo iperconnesso in cui viviamo, documentare la crescita dei propri figli sui social media è diventata una prassi comune. Ogni primo passo, ogni sorriso, ogni traguardo scolastico trova spazio nelle bacheche virtuali dei genitori. Quello che un tempo era un album privato, oggi è una narrazione pubblica visibile a centinaia – se non migliaia – di persone. È in questo contesto che nasce il termine sharenting, dalla fusione delle parole inglesi sharing (condividere) e parenting (essere genitori): la pratica di condividere immagini, video e informazioni personali dei propri figli online.
A prima vista, questa abitudine sembra innocua e perfino tenera. Tuttavia, la psicologia e la ricerca ci invitano a guardare più a fondo. Cosa accade quando un bambino cresce con un’identità digitale costruita da altri, ancor prima di poter esprimere una volontà o comprendere le implicazioni di quella visibilità?
L’identità digitale che precede l’identità reale
Molti bambini oggi iniziano a esistere online ancora prima di nascere, con la condivisione di ecografie, annunci di gravidanza e video del parto. In pochi anni, possono avere centinaia di immagini archiviate su piattaforme che non controllano, in contesti che non hanno scelto. Secondo la studiosa Stacey Steinberg, docente di diritto all’Università della Florida, i genitori stanno creando – spesso inconsapevolmente – una biografia digitale precoce per i loro figli, privandoli del diritto di definire da sé chi vogliono essere nel mondo.
Il problema, dunque, non è solo tecnico o giuridico. È profondamente identitario. Quando un bambino scopre che la propria vita è stata documentata e mostrata a un pubblico esteso, senza possibilità di scelta, può sviluppare sentimenti di vergogna, di imbarazzo, o addirittura di tradimento. Lo psichiatra Paolo Crepet ha sottolineato l’importanza di tutelare la privacy dei bambini e di rispettare la loro autonomia, evitando di esporli senza il loro consenso.
La fragilità di un confine invisibile: amore o esposizione?
Condividere i momenti della genitorialità nasce spesso da un desiderio legittimo: mostrare l’orgoglio, celebrare la crescita, sentirsi connessi con gli altri. Ma nella pratica, questa condivisione rischia di superare un confine sottile e invisibile, trasformando la vita del bambino in contenuto. Il figlio smette di essere semplicemente sé stesso e diventa, più o meno consapevolmente, parte della narrazione identitaria del genitore.

Da un punto di vista psicologico, si tratta di una dinamica delicata. Il bambino ha bisogno di essere visto, riconosciuto, ma anche protetto. Quando i suoi momenti più vulnerabili – una crisi di pianto, un incidente buffo, un’espressione imbarazzata – vengono pubblicati online, la sua interiorità viene esposta e banalizzata. Questo può influire non solo sulla sua percezione del sé, ma anche sul modo in cui imparerà a gestire la propria intimità e il rapporto con l’immagine pubblica.
Una visibilità che sfugge di mano
Accanto ai risvolti psicologici, esiste un altro aspetto cruciale: quello della perdita di controllo. Ogni contenuto condiviso online – anche se con le migliori intenzioni – una volta pubblicato può essere salvato, copiato, riutilizzato o diffuso al di fuori delle intenzioni originarie. Anche su piattaforme con impostazioni di privacy elevate, il rischio che un’immagine venga scaricata e circoli in contesti non previsti non è trascurabile.
Con l’avanzare della tecnologia, inoltre, i confini tra contenuto autentico e manipolato si fanno sempre più labili. Strumenti di intelligenza artificiale consentono oggi di ricreare volti, modificare immagini e contestualizzarle in modi completamente diversi da quelli originali. In altre parole, una semplice fotografia può vivere molte “vite” al di là del controllo di chi l’ha pubblicata.
La normativa esiste, ma serve consapevolezza
Il sistema giuridico italiano riconosce il diritto del minore alla privacy e alla protezione della propria immagine. La legge richiede il consenso di entrambi i genitori per la pubblicazione di contenuti che ritraggano i figli minorenni, e il Garante della Privacy ha più volte sottolineato come ogni scelta debba rispondere al principio del “superiore interesse del minore”.
Tuttavia, la questione non può essere risolta solo sul piano legale. La responsabilità più grande è educativa e culturale. Serve una riflessione più ampia sul significato di esporsi ed esporre i propri figli nel mondo digitale. Pubblicare una foto non è mai un atto neutro: comporta delle conseguenze, a volte invisibili, altre volte molto concrete.
Educare al silenzio e al rispetto dell’invisibile
In un’epoca che premia l’esibizione costante e l’auto-narrazione continua, scegliere di non condividere può sembrare quasi controcorrente. Eppure, proteggere significa anche sottrarre alla visibilità. Permettere a un bambino di crescere senza essere documentato in ogni gesto, lasciare che sia lui – un giorno – a scegliere se e come raccontarsi, è una forma preziosa di rispetto.
Essere genitori oggi implica anche una nuova forma di alfabetizzazione digitale: comprendere i confini tra amore e esposizione, tra racconto e sovraesposizione. Talvolta, la vera cura non si manifesta in ciò che mostriamo al mondo, ma in ciò che scegliamo di custodire.